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A meno di un anno dalla riapertura del cinema Fulgor, il Comune di Rimini in prima fila anche nel restauro di AMARCORD

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A meno di un anno dalla riapertura del cinema Fulgor, il Comune di Rimini in prima fila anche nel restauro di AMARCORD : la copia restaurata del capolavoro di Federico Fellini sarà presentata in prima mondiale a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia

A 40 anni dall’Oscar, il film-simbolo dell’universo felliniano, il film che ha trasformato Rimini in un’Itaca moderna, torna a vivere grazie al nuovo restauro della Cineteca di Bologna, realizzato nel laboratorio L’Immagine Ritrovata con il sostegno di yoox.com e il coinvolgimento di Warner Bros., di Cristaldi Film e del Comune di Rimini che con questa partecipazione rafforza il legame profondo della città con il suo cittadino più illustre.

 A quarant’anni dall’Oscar, la Cineteca di Bologna fa rinascere il capolavoro di Federico Fellini, restituendo la bellezza originaria alle scene e ai costumi di Danilo Donati, alla luce e ai colori di Giuseppe Rotunno, numi tutelari di un’epoca d’oro del cinema italiano che assieme a quelli degli inseparabili Tonino Guerra e Nino Rota hanno fatto di Amarcord un film capace di conquistare un posto del tutto speciale nell’immaginario di intere generazioni e che ha proiettato Rimini nella dimensione del mito, facendo di questa piccola provincia una regione dell’anima e il luogo dell’eterno ritorno, una nuova Itaca, per l’appunto.

Un progetto di restauro sognato per molto tempo, per il quale la Cineteca di Bologna ha incontrato un partner che proprio con Amarcord inaugura il proprio impegno per la tutela del patrimonio cinematografico e festeggia, al contempo, il proprio 15° compleanno: yoox.com, sostenitore in prima linea di un restauro che vede coinvolto un ventaglio di attori, da Warner Bros., a Cristaldi Film, che nel 1973 rese possibile la realizzazione di Amarcord, al Comune di Rimini, che con questo sostegno e con la riapertura, in primavera, del cinema Fulgor completamente ristrutturato, inaugura una serie di progetti di riappropriazione del cinema di Fellini e della sua memoria come elemento fondamentale dell’identità della città.

“Il progetto Fellini – commenta il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi – via via si completa dei tasselli che compongono il quadro finale. Da una parte, infatti, abbiamo le iniziative e i progetti prettamente culturali, e questo del restauro di ‘Amarcord’ spicca per fascino, curiosità, intelligenza, amore per il cinema e la materia di cui è fatto; dall’altra sono in avanzata fase di realizzazione il restauro e il recupero dei contenitori che, già a partire dall’anno prossimo, potranno colmare la leggendaria ‘frattura’ tra Federico Fellini e la sua città. Dal Fulgor al Museo della Città, andranno a compimento le realizzazioni che finalmente metteranno al centro delle politiche culturali e di attrattività turistica la figura, la poetica, l’eredità, la modernità del Maestro del Cinema. E come il restauro di Amarcord restituisce la brillantezza della tavolozza cromatica di Giuseppe Rotunno, così presto Rimini si colorerà permanentemente dei toni veri di Federico Fellini”

Amarcord

(Italia/Francia 1973, colore, 127m); regia: Federico Fellini; produzione: Franco Cristaldi per FC/PECF; sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra; fotografia: Giuseppe Rotunno; montaggio: Ruggero Mastroianni; scenografia e costumi: Danilo Donati; musica: Nino Rota.

Provincia romagnola, Rimini, anni Trenta, un anno di passaggio. L’adolescenza di Titta, ragazzino come tanti altri. Professori improbabili e caricaturali, genitori burberi e affettuosi, che si barcamenano fra le difficoltà della vita in un’Italia entusiasticamente fascista. La perdita delle persone care, la saggezza di uno zio matto, reso mansueto da una suora nana, lo smarrirsi d’un vecchio nonno nella nebbia, le scorribande dei più giovani, alla scoperta del cinema e del sesso, con un occhio alle tabaccaie maggiorate e l’altro all’irraggiungibile Gradisca (detta così per la sua disponibilità nei confronti di un Principe di passaggio…). Situazioni piccole e grandi: un pavone che apre la coda sulla piazza, una nevicata come non s’era mai vista, il passaggio del transatlantico Rex e della Mille Miglia, le adunate del Regime con annessi saggi ginnici, le mille leggende di paese e la galleria dei suoi abitanti, fra malinconie invernali e rinascite estive. Alla fine, perfino la Gradisca si sposa, e con un carabiniere. Prima che abbandoni Rimini per sempre, tutti si ritrovano nel solito, immenso e onirico, girotondo felliniano.

Amarcord è il film con cui Federico Fellini giunge a una sintesi fra le istanze di autobiografismo onirico presenti in opere come I vitelloni, La dolce vita o 8 1/2 e le pulsioni verso una poesia cinematografica fra sublime e grottesco di La strada (1954), Le notti di Cabiria (1957), Fellini Satyricon (1969), Roma (1972). Il titolo fa immediatamente pensare a un film sulla memoria, ipotesi avvalorata dall’aneddotica che vuole il personaggio di Titta modellato sull’amico d’infanzia Luigi Benzi e dal riscontro nella realtà che la maggior parte dei personaggi ha trovato. Naturalmente, quando si parla di Fellini, l’aspetto autobiografico dev’essere sempre preso col beneficio d’inventario. I professori, lo zio matto, la Gradisca, i gerarchi, tutta la galleria di figure bizzarre che vengono tratteggiate col gusto caricaturale del vignettista è ispirata ‒ ma molto liberamente ‒ alla popolazione del ‘borgo’ riminese dove Fellini ebbe modo di trascorrere l’infanzia. Ma la cosa più importante è il modo in cui Fellini e il poeta dialettale Tonino Guerra hanno saputo costruire l’atmosfera di questa evocazione di un fantasmatico passato.

In realtà, il regista ha sempre cercato di minimizzare questo lato del film. Nelle sue dichiarazioni Amarcord non è tanto l’espressione romagnola di ‘mi ricordo’, quanto un segno cabalistico, una parola scelta per il suo suono curioso fra altre ipotesi altrettanto plausibili come Il borgo o, addirittura, Viva l’Italia. Per lui il film è innanzitutto una sorta di analisi psicosociologica, condotta con i mezzi che più gli sono congeniali, sulle ragioni profonde del fascismo, inteso più come categoria dello spirito che come preciso e delimitato periodo storico. Amarcord sarebbe allora una pellicola sull’innato provincialismo del popolo italiano, sulla sua irrisolvibile immaturità e sul suo bisogno di deresponsabilizzarsi affidandosi a figure forti di riferimento, idoli di cartapesta, per poter continuare a vivere in una patologica sospensione fra le meschinità di una vita reale angusta e gli illimitati orizzonti del sogno.

Non si può certo dire che questo aspetto, in Amarcord (che, almeno in parte, è anche un film sul ‘fellinismo’), non sia presente. D’altra parte, come sempre, Fellini non si tira fuori dal gioco: è parte in causa, e il suo moralismo è sempre filtrato da un umanesimo fatto di nostalgica empatia. La sua, dunque, è una delle pochissime opere che raccontano il fascismo dall’interno, che arrivano a penetrarne criticamente le ragioni ma al di qua di ogni giudizio storico. Peraltro, il film chiama continuamente in causa anche lo spettatore, sia direttamente, attraverso le numerose interpellazioni, sia in senso più generale, costringendolo a fare i conti con la propria memoria e la sua rappresentazione. In definitiva, Fellini parte da un dato politico e ideologico, poi lo abbandona progressivamente. Il suo talento cinematografico prende il sopravvento e, complice la disciplina poetica impostagli da Guerra, il film impone le proprie ragioni. Amarcord finisce così per essere fedele al suo destino di affresco corale (tecnicamente, per la molteplicità dei punti di vista, e in senso più ampio, per la sua universalità sancita da un successo senza confini) sul paese incantato dei ricordi e sulla commovente dolcezza del passato. Oscar per il miglior film straniero nel 1974.

Dall’Enciclopedia del cinema Treccani – Dizionario critico dei film

Federico Fellini (Rimini 1920 – Roma 1993)

Regista tra i più significativi della storia del cinema, che ha attraversato con tratti di indiscutibile ed esemplare leggerezza, grandissimo orchestratore di immagini, di visioni e di ritmi narrativi, si è rivelato maestro nel dare corpo alla passione di sogno che invade lo schermo cinematografico, dove i confini dell’immaginazione vanno a coincidere con quelli della realtà senza tuttavia mai essere condizionati da questa. Premiato con cinque premi Oscar: nel 1957 per La strada (1954), nel 1958 per Le notti di Cabiria (1957), nel 1964 per 8 e ½ (1963), nel 1976 per Amarcord (1973) e nel 1993 con un Oscar alla carriera.

Dapprima giornalista e disegnatore umoristico, poi sceneggiatore (ha collaborato a Roma città aperta, 1945; Paisà, 1946; Senza pietà, 1947; In nome della legge, 1949; Il mulino del Po, 1949; Francesco giullare di Dio, 1950; Il cammino della speranza, 1950; Il brigante di Tacca del Lupo, 1952; Europa 51, 1952), esordì nella regia nel 1950 dirigendo, con Alberto Lattuada, Luci del varietà. Con Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953) e soprattutto La strada (1954) e Il bidone (1955), che gli procurarono un ampio successo internazionale, Fellini dava un suo originale contributo allo svolgimento del Neorealismo; le inedite soluzioni espressive, le suggestioni oniriche e le ossessioni autobiografiche, presenti in questi film, sono il primo annuncio del formarsi di quell’universo immaginario, destinato a diventare proverbiale e inconfondibile, di cui sarebbero stati eloquente testimonianza Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1959), cronaca insuperata dell’Italia alle soglie degli anni Sessanta, 8 e ½ (1963), Giulietta degli spiriti (1965), Fellini Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1972) e Amarcord (1973), forse l’apogeo dell’autobiografismo felliniano, della sua memoria favolosa e rivelatrice: film nei quali il diffuso e ambiguo erotismo e il gusto del meraviglioso, la persistenza di una quasi ancestrale appartenenza alla provincia e l’attenzione ai cambiamenti della società, l’inclinazione alla satira e la costante riflessione del cinema su sé stesso costituiscono in ugual misura gli elementi di una poetica tra le più coerenti e originali del cinema contemporaneo. Con le opere successive (Il Casanova di Federico Fellini, 1976; Prova d’orchestra, 1979; La città delle donne, 1979; E la nave va, 1983; Ginger e Fred, 1986; Intervista, 1987; La voce della luna, 1990) le allegorie del presente si fanno più angosciate, e si accentua la tendenza del racconto all’apologo e dello stile a un certo manierismo. Premio Oscar alla carriera nel 1993.

Dall’Enciclopedia del cinema Treccani

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